Aminata, la pasionaria del Mali e del cibo sano

Intervista con l’intellettuale e attivista Aminata Dramane Traoré.

Di Andrea De Georgio

Aminata Dramane Traorè è una delle voci più dissonanti e popolari dell’attivismo in Mali. Ministro della cultura dal 1997 al 2000, ha rinunciato agli incarichi politici “per riconquistare la libertà d’espressione” e oggi si dedica principalmente alla scrittura e alla sensibilizzazione, in Africa come in Occidente.

Mamma dell’altromondismo africano, della società civile maliana e del Forum sociale di Bamako del 2006, la sua storia è costellata di battaglie il cui filo conduttore è l’attenzione all’ambiente.

aminata-traore15“La produzione agricolo-industriale e il consumismo veicolato dalla globalizzazione sono da sempre al centro della mia lotta. Per questo motivo recentemente con l’Associazione dei consumatori del Mali abbiamo organizzato una serie d’incontri dal titolo Consumare è un atto politico”.

Secondo Aminata Traorè, che oltre a un hotel possiede un ristorante “bio” a Bamako, la costruzione identitaria dei giovani d’oggi rappresenta la faglia critica più esposta alla modernità ed è profondamente legata al modo di mangiare e di vestirsi. “In Mali come nel resto dell’Africa occidentale abbiamo sempre vissuto bene con 4-5 piatti: il to (una specie di polenta di miglio, ndr), il riso, il cous cous, accompagnati da verdure, fagioli, allocò o patata dolce fritta.

Oggi, invece, se non mangi bistecche, patate fritte e dolci di pasticceria ogni giorno e non ti vesti ‘all’occidentale’ non sei moderno”. Nel discorso di questa pasionaria, l’alimentazione s’intreccia alla produzione di massa diventando stile di vita, ideologia in un mondo senza più ideali alternativi al neoliberismo, terreno di conflitti comunitari che danno origine a migrazioni di massa e a fondamentalismi di ogni sorta.

“Per fortuna alcuni ricordi della mia infanzia sono sopravvissuti al cambiamento del sistema. Malgrado tutto, infatti, siamo riusciti a conservare certe tradizioni e usanze. Ad esempio davanti alle scuole si trovano gli stessi venditori di bignè di farina e fagioli di quando ero piccola.”

Nonostante i continui viaggi all’estero per partecipare a convegni che si concludono sempre in pantagruelici banchetti, il suo piatto preferito resta il foniò (cereale che viene preparato come una sorta di cous cous) con salsa al pomodoro. “è un piatto della tradizione maliana sano, nutriente e facile da digerire.”

Per i musulmani è il mese sacro del Ramadan (20 giugno – 20 luglio). Sebbene quest’anno faccia particolarmente caldo – “effetto del cambiamento climatico globale!”- Aminata, come milioni di maliani, rispetta il digiuno rituale.

Nel suo appartamento, al primo piano dell’Hotel Le Djenné di Bamako, chiude le finestre da cui non entra aria, accende il climatizzatore del salotto e offre agli ospiti non musulmani succhi di mango o zenzero. “Dentro non ci sono polverine né coloranti. Durante il Ramadan, invece, in televisione pullulano pubblicità di bibite gassate a base di zucchero” s’indigna. “La differenza la fa l’auto-coscienza che deriva dalla conoscenza del mondo che ci circonda. Sapere da dove proviene, cosa contiene e quali dinamiche socioeconomiche nasconde ogni prodotto è la chiave per agire – cioè oggi consumare – consapevolmente.” Secondo Aminata Traoré, però, essere ben informati non basta.

“Il risveglio delle coscienze è importante ma, come mi ha detto una donna l’altro giorno, da soli non si può combattere il sistema: se al mercato non si trovano più prodotti naturali a un prezzo abbordabile, che si fa? Come singoli è impossibile agire alternativamente, bisogna condividere le lotte per avere un impatto reale e, una volta per tutte, cambiare insieme questo mondo”.

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