In bilico tra post colonialismo e capitalismo

Dalle fazendas alle imprese straniere, l’Angola fatica a cibare se stessa

“Aiwé, cachuho, carapão, cabuenha, tà a viri yééé” non importa se ti trovi in città o in campagna, lungo la costa o all’interno del Paese, se ti trovi in Angola è molto probabile che sarai svegliato, o sarà uno dei primi rumori che sentirai facendo colazione, dallo strillare cantilenante di una zungueira, una donna che vende per strada il pesce fresco (di mare o di fiume) comprato in spiaggia dai pescatori. Per strada puoi trovare ogni sorta di cibo, frutta, verdura, uova, e lungo le arterie di comunicazione non mancano mai venditori di galline, capretti, animali selvatici, gamberi di fiume, pesce secco: per capire di che cosa si tratta, è sufficiente rallentare con la macchina avvicinandosi al braccio disteso da cui pende la merce in vendita. L’Angola si impara a conoscere così, curiosando nei mercati informali e percorrendo le lunghissime strade piene di buche che attraversano vasti paesaggi di montagne e colline solo raramente punteggiate da villaggi. Viaggiando dalla costa verso l’interno, resistono ancora gli avamposti coloniali, anche se diroccati e spesso abbandonati: i portoghesi hanno occupato il territorio dell’attuale Angola in fasi successive, ma in 500 anni sono riusciti a controllare anche le aree più remote. Inizialmente erano stabiliti lungo la costa, dove l’influenza della colonizzazione è decisamente ancora forte. Per molto tempo le attività si sono basate principalmente sul commercio di 

materie prime provenienti dall’interno: caucciù, cera, che venivano portati dalle carovane comandate da popolazioni locali in affari con i colonizzatori. L’occupazione delle aree rurali da parte di fazendas ha conosciuto un notevole impulso durante il salazarismo, quando i piani di sviluppo del regime hanno inviato in Angola molti “imprenditori agricoli” con l’obiettivo di produrre materie prime per l’impero. A seconda della loro vocazione, le terre sono state messe a coltura di caffè, cotone, zucchero, tabacco, tutte piantagioni che, per il bene dello sviluppo, hanno sottratto le terre migliori ai contadini locali, costringendoli a lavorare come salariati nelle fazendas, e quando erano fortunati a ricevere un pezzetto di terra per la propria sussistenza, in cambio di una parte del raccolto ovviamente. Al momento dell’Indipendenza, dopo il 1975, le terre sono state nazionalizzate e riorganizzate seguendo impostazioni di tipo socialista, così come le grandi fazendas produttrici di commodities. Purtroppo il governo indipendente non è riuscito a mantenere i livelli di produttività dell’epoca coloniale e, con una guerra civile in corso, le aziende e fabbriche nazionalizzate sono diventate improduttive, i salari non potevano più essere pagati, e inevitabilmente sono state chiuse. Negli anni ‘90, l’oceano ha portato un vento di cambiamento: spinti dalle onde del capitalismo, le antiche aziende statali sono state privatizzate e svendute a poco prezzo a impresari di dubbia capacità imprenditoriale; le antiche fazendas sono state redistribuite, alla classe dirigente e ai leader dei tempi del controllo statale. Fatto sta che i piccoli contadini continuano a restare senza terra, o con le terre peggiori. La frutta e la verdura che si trovano per strada sappiamo perciò che provengono da tanto sudore e fatica. La cosa che però stupisce di più nel conoscere l’Angola è che un Paese così grande, attraversato da molti fiumi e con un potenziale agricolo enorme, importi il 70% del suo fabbisogno alimentare. La produzione contadina è insufficiente e poiché la filiera di conservazione e trasformazione dei prodotti locali è praticamente inesistente, molti prodotti non arrivano nei mercati in condizioni adeguate per la vendita. La colonizzazione portoghese, se da un lato ha lasciato in eredità un sistema di produzione orientato all’agroindustria e basato sulla distribuzione ineguale delle risorse produttive, dall’altro ha lasciato un segno nella tradizione alimentare e culinaria angolana: il mais, portato dalle Americhe, si è affiancato alla tradizionale mandioca, da cui è prodotta la fuba per fare il funji, alimento base accompagnato da fagioli, pesce, kizaca (foglie di zucca); la cachupa, originaria di Capo Verde, è piatto che si assapora nelle moltissime occasioni di ritrovo familiare. Ma il mufete de cachuco è 100% angolano!

I progetti

Programma Integrato di Protezione e Sviluppo delle Foreste Costiere Angolane

È un progetto sulla gestione sostenibile delle foreste, in partenariato con l’Instituto de Desenvolvimento Florestal. Nelle provincie di Benguela e Kwanza Sul si lavora con 4 comunità rurali promovendo: piani di gestione partecipativi delle foreste, attività generatrici di reddito basate su prodotti agroforestali, come l’apicultura, per diffondere alternative alla produzione di carbone che sta devastando le foreste di miombo, e praticando l’agroecologia nei campi sperimentali delle associazioni di contadini.

Gonvernance Locale per La Biodiversità

Un progetto multicountry in collaborazione con Regione Veneto, Slow Food e Fondazione di Venezia, che cerca di mettere in rete produttori e istituzioni locali in Angola, Brasile, Mozambico per scambiare esperienze di produzioni tipiche e che favoriscono la conservazione della biodiversità locale. In Angola si lavora nella provincia meridionale di Namibe, dove il deserto si affaccia sul mare: qui la pesca sul litorale è una tradizione da sempre, mentre la pastorizia seminomade è praticata dalle antiche etnie mucubal e himba negli aridi territori dell’interno.