Un paese ferito e il futuro negli occhi dei giovani

Il Mali è oggi un paese pieno di conflitti. La soluzione passa, anche, un nuovo modello agricolo

Ogni anno verso la fine della stagione secca, intorno a maggio-giugno quando le prime piogge si fanno attendere e le acque del fiume si abbassano, a Bamako spuntano ovunque verdeggianti orti cittadini. La capitale del Mali, grande Paese saheliano dell’Africa occidentale che si divide fra il desertico nord e il sud rigoglioso, è sdraiata sui due lati del djoliba (il fiume Niger in lingua mandingue) che lo attraversa serafico prima di salire verso la cintura centrale di Mopti, dove stagionalmente si apre nel delta interno più grande al mondo, compie un’ansa fra Timbuctu e Gao, capoluoghi del nord, e varca i confini dei vicini stati di Niger e Nigeria, dove finalmente può tuffarsi libero nell’oceano.

In città migliaia di donne e ragazzini senza impiego fisso, come Ali, coltivano abusivamente fazzoletti di terra emersa a bordo fiume o nei cortili abbandonati fra le case in costruzione. Nel quartiere di ACI 2000, cuore affaristico di Bamako, ordinate file d’insalata e pomodori interrompono la monotonia dei palazzi grigi che sorgono su ogni strada. Ali ha occhi furbi e una maglietta di Messi sgualcita sempre addosso. I genitori l’hanno mandato in città perché studiasse, ma lo zio che lo ospitava ha perso

tutto a causa della crisi e l’ha messo alla porta. Con due compagni di giochi più giovani fanno a gara a chi ci mette meno tempo a riempire il secchio nel pozzo improvvisato al centro del cortile: un pneumatico, una corda e una carrucola. Ogni gesto racchiude lo sforzo della sopravvivenza, l’ostinazione dell’esistenza insieme alla voglia di vivere di cui sono capaci solo i più giovani.

La straordinaria ricchezza di questo Paese risiede probabilmente nella sua diversità: popoli, lingue e culture diverse messe insieme, come nel resto del continente, da confini tracciati a matita dalle potenze coloniali su mappe di ieri e di oggi. Tuareg, Peul, Bozo, Dogon, Malinké, Senoufò, Bambara e tante altre popolazioni che convivono sulle antiche terre di ben tre imperi precoloniali (Impero del Mali, Impero del Ghana, Impero Sonrai). Una variegata fabbrica sociale tenuta insieme da precise regole di cousinage, in cui ad ogni cognome corrisponde un mestiere-casta (fabbri, griots, guerrieri, fetischeur, ecc.), un’etnia, un’appartenenza linguistico-cultural-geografica e perfino un alimento-simbolo tradizionale (fagioli, patate, ecc.). Ecco perché quando due maliani s’incontrano per strada si chiedono subito il nome di famiglia e il luogo di provenienza. Quando un Traoré s’imbatte in un Diara, anche se non si conoscono personalmente cominciano a dirsi: “Tu sei il mio schiavo.” “Ti sbagli: tu sei il mio.” “Voi Diara siete dei mangiafagioli, lo sanno tutti!”. “Non è vero, siete voi Traoré che spendete tutti i soldi per comprare i fagioli al mercato e non ne lascate nessuno agli altri.” Queste formule standard di saluti e provocazioni, che possono durare minuti e minuti, rievocano antiche diatribe sfociate in guerre che oggi vengono sublimate nella catarsi del teatro di strada. La parola e il riconoscimento dell’altro attraverso lo sfottò sono garanzia della pace sociale che sottende alla vita quotidiana dell’intera comunità.

Ma la realtà di oggi è ben più complicata di quella in cui vivevano gli antenati e gli insegnamenti tramandati dalle precedenti generazioni a volte non bastano a risolvere i conflitti contemporanei. Negli ultimi anni il Mali ha vissuto la peggiore crisi della propria storia, da cui ancora non è riuscita a risollevarsi. Il susseguirsi di un colpo di stato militare (2012), l’occupazione dei due terzi settentrionali del proprio territorio da parte di gruppi jihadisti legati ad Al Qaeda nel Maghreb Islamico e alleati a milizie indipendentiste tuareg (2012), la guerra “di liberazione” francese (2013), il dispiegamento della missione di stabilizzazione dell’ONU (la Minusma) e di un dispositivo franco-americano antiterrorismo nell’intero Sahel (2014) e la striscia di attentati suicidi nella capitale (2015-2016) hanno completamente destabilizzato il Paese. Un accordo di pace con i ribelli tuareg del nord, che nel frattempo si sono smarcati dai gruppi jihadisti, stagna da mesi nelle stanze del potere senza produrre effetti tangibili. Il nord resta isolato da Bamako. Nel Paese i prezzi dei beni di primo consumo continuano a salire, l’economia è ferma e non circola denaro, mentre un nuovo gruppo jihadista d’ispirazione peul minaccia il centro-sud.

“Quando ero piccolo, al villaggio, bevevo sempre il latte dei peul” ricorda Ali posando a terra l’innaffiatoio. “Ma qui in città mica si trova.” Questo giovane uomo strappato all’infanzia si prende cura delle piantine appena spuntate come fossero dei fratelli minori. Mentre il sole sta per andare a coricarsi, tira fuori dalla tasca dei pantaloni una palla di scotch e fogli di giornale. “Quando diventerò un campione come Messi non dovrò più coltivare insalata e mangerò pollo tutti i giorni”, si ripete Ali prendendo a calci la vita nel vicolo di terra rossa fra gli orti e i palazzi in costruzione di Bamako.

Il progetto

TERRE ET PAIX

Questo progetto nasce dalla pluriennale esperienza di COSPE in Senegal e Niger e dal coinvolgimento di un nuovo Paese, il Mali. In un zona come il Sahel (fascia di territorio dell’Africa sub-sahariana) vulnerabile su diversi fronti, sia sociali che politici, ma anche ambientali, diventa fondamentale mettersi in contatto con i giovani delle zone rurali e periferiche, proprio perché spesso non vengono coinvolti dalle politiche, e si vanno creando così malumori, isolamento e frustrazione. Gli eventi degli ultimi anni in Mali, e la ribellione a Casamance in Senegal, lo testimoniano. “Terre et Paix” lavora dunque per la coesione sociale e alla prevenzione delle crisi attraverso l’integrazione professionale dei giovani emarginati nelle aree rurali, oltre a promuovere il loro accesso alla terre e l’agroecologia, come strategia di prevenzione dei conflitti e di stabilizzazione della pace.