Una piroga in balia di un mare tempestoso

Che succede se la filiera ittica minacciata da accordi internazionali

“è la nostra piroga in balia del mare, non saprei come spiegare…è una specie di casa galleggiante, la comunità di tutti i senegalesi”. Per quanto si sforzi Abou non riesce a tradurre letteralmente la parola Suñu gaal, che pare venga dall’espressione in lingua wolof che significa “la nostra piroga”. Questo anziano artigiano e pittore di barche è venuto al mondo al suono regolare dell’onda sulla battigia e vuole essere seppellito qui, in questa spiaggia di Dakar dove ogni giorno ribatte chiodi e passa pennellate di colore su sculture di legno. La vita sembra scorrergli addosso, mentre ripete da una cinquantina d’anni gli stessi gesti all’ombra dello stesso albero.

All’ora di pranzo, Abou lascia riposare gli scheletri delle barche al sole, attraversa la strada e ordina il solito piatto di thiéboudienne nel solito ristorantino a due passi dalla spiaggia. Dopo aver lanciato i primi bocconi alla traboccante ciotola di riso, manioca, cipolle, aglio e verdure si lascia scappare un commento a bassa voce per non farsi sentire da Fatou, la corpulenta padrona del locale: “Con tutte le spezie, i dadi da cucina e gli insaporitori industriali che ci aggiungono, quel poco di yaaboy che c’è non si sente nemmeno”. Lo yaaboy è una grossa sardina alla base dell’alimentazione

senegalese, l’ingrediente principale del piatto nazionale. Il pesce, infatti, contribuisce per il 70% all’apporto nutrizionale in proteine di origine animale degli abitanti del Paese. Secondo un recente studio negli ultimi cinque anni il consumo medio a persona di yaaboy in Senegal è passato da due, tre ad uno al giorno. 

L’acqua, la terra e il cielo sopra di essi sono elementi mistico-ancestrali inscritti nel sangue dei popoli dell’Africa occidentale. In questa visione olistica del Creato, di cui la natura, gli animali, le piante non sono che la superficie visibile di un tutto invisibile, in Senegal a prevalere sono i djinns (gli spiriti) dell’acqua: 718 km di coste e più di 2600 km di fiumi che, come arterie, vene e capillari, irrorano dei poteri del mare tutta la nazione. Le rigogliose foreste e i parchi naturali dell’interno vivono grazie al costante legame, attraverso le vie fluviali, con il fianco costiero. Ogni anno nei villaggi rurali e nei campi si attendono le piogge come una resurrezione stagionale. La natura che ciclicamente muore e rinasce, qui è ancora la realtà quotidiana di molte persone: se l’agricoltura intensiva (arachidi, cotone e canna da zucchero) e di sussistenza (miglio, riso e altri cereali) danno da vivere a circa 7 milioni di senegalesi, insieme alla filiera ittica, occupano circa il 50% della forza attiva del Paese. Ma per quanto le coste senegalesi siano reputate fra le più pescose al mondo, la concorrenza è diventata spietata: i pescatori locali devono vedersela con flotte straniere, russe e cinesi prima, oggi soprattutto europee (per effetto di un accordo quinquennale fra l’Unione Europea e il Senegal firmato a novembre 2014 che prevede la concessione di 36 licenze a compagnie occidentali a fronte di una compensazione economica di 13,9 milioni di euro ndr). Conseguentemente il pesce migliore viene congelato e destinato all’esportazione. Fatta ragionevole eccezione per qualche ristorante di lusso della Petite Côte o della Corniche di Dakar i senegalesi non conosco il gusto dei tonni né dei gamberi migliori pescati davanti alle proprie coste. I mercati europei, asiatici e i paesi africani con maggiore potere d’acquisto, come ad esempio la Costa d’Avorio, importano la maggior parte del pesce azzurro, dei crostacei e dei polpi senegalesi. In Senegal, dove il consumo medio annuale sfiora i 30 kg per abitante, il mercato ittico è oggi dominato da prodotti trasformati come il guedj (pesce di tutte le specie fermentato, salato ed essiccato) e il kéthiakh (sardine abbrustolite, salate ed essiccate) mentre il pesce fresco è sempre più raro.

Da Kayar a Mbour e Joal, cioè su un terzo del litorale nazionale, pullulano le industrie cinesi, coreane e russe di trasformazione ittica. A Joal, importante centro di pesca un centinaio di chilometri a sud di Dakar, da quando nel 2014 è stata aperta una fabbrica russa di farina di pesce il prezzo all’ingrosso è raddoppiato portando le sardine da 300 a 600 franchi CFA al chilo (da circa 50 centesimi a un euro). Le cinquecento donne di Joal che salavano e seccavano il pesce – destinato all’interno del Paese ed esportato in tutta l’Africa occidentale fino in Benin – hanno perso il lavoro. L’aumento dei prezzi legato alla crescente scarsità di pesce nelle acque e nei mercati locali potrebbe mettere in serio pericolo la sovranità e la sicurezza alimentare dei senegalesi. “Il tempo cambia ogni cosa, così come è cambiato il sapore del nostro thiéboudienne”. Lo sa bene Abou, che fissa l’orizzonte cercando un appiglio fra le onde agitate. Se una volta costruiva imbarcazioni a remi che solcavano l’oceano Atlantico per leggendarie battute di pesca, negli ultimi anni le sue piroghe a motore traghettano i sogni dei migranti verso le coste spagnole delle Canarie. “Il mare, invece, non cambia mai”.

Il progetto

TERRE ET PAIX

Questo progetto nasce dalla pluriennale esperienza di COSPE in Senegal e Niger e dal coinvolgimento di un nuovo Paese, il Mali. In un zona come il Sahel (fascia di territorio dell’Africa sub-sahariana) vulnerabile su diversi fronti, sia sociali che politici, ma anche ambientali, diventa fondamentale mettersi in contatto con i giovani delle zone rurali e periferiche, proprio perché spesso non vengono coinvolti dalle politiche, e si vanno creando così malumori, isolamento e frustrazione. Gli eventi degli ultimi anni in Mali, e la ribellione a Casamance in Senegal, lo testimoniano. “Terre et Paix” lavora dunque per la coesione sociale e alla prevenzione delle crisi attraverso l’integrazione professionale dei giovani emarginati nelle aree rurali, oltre a promuovere il loro accesso alla terre e l’agroecologia, come strategia di prevenzione dei conflitti e di stabilizzazione della pace.