Parte dalle donne la riscossa degli "umili"

Nelle comunità rurali dello Swaziland è la terra che può ancora garantire

Dici “Swaziland” e già ti aspetti di leggere negli occhi del tuo interlocutore quell’ “espressione un po’ così” di chi non ha mai sentito questa parola in vita sua. Perché pochi conoscono la “Terra degli Swazi”, minuscolo collage di montagne e savane perso nella grande Africa, tra i colossi del Sudafrica e del Mozambico.

A sentirne parlare la prima volta, ti immagini un altro brutto scherzo di quella storia che nel continente dei neri ha fatto sfracelli di nomi, identità, luoghi, imponendo la visione dei nuovi padroni bianchi. Ma non è così.

Lo Swaziland c’era prima del colonialismo, ed è più antico dell’Italia: uno dei pochi stati in Africa a poter vantare un’origine propria, frutto di un processo di evoluzione politica tutto interno ai popoli Nguni, da cui sono nati nei primi decenni dell’800 i grandi regni cugini dei Xhosa, degli Zulu e degli Ndebele, cancellati uno dopo l’altro dalla violenza dei “civilizzatori” europei. Erano popoli di allevatori, gli Nguni, arrivati su quelle terre nel solco della grande migrazione Bantu, partita dalle foreste dell’Africa centrale quasi duemila anni prima.

Fieri dei loro armenti, simbolo di prestigio e ricchezza, e cura esclusiva degli uomini

come la caccia e la guerra, con le donne confinate all’agricoltura e alla raccolta. Le attività più umili, perché vicine alla terra. Una divisione dei ruoli che assegnava agli uomini il compito di procacciare le proteine nobili, grazie all’“emasi”, il latte acido degli Nguni, e alla cacciagione, allora libera ed abbondante. E alle donne quello di portare in tavola i carboidrati: dal sorgo, dalla manioca, e in secoli più recenti dal mais.

Ma anche le proteine vegetali e le vitamine dei fagioli della savana, che crescono sotto terra (i “Tindlhuvu”) e delle le verdure spontanee del “bush”: l“Imbuya”, l’“inkhaka”, la “ligusha”.

Un mix che ancora oggi rappresenta il piatto più diffuso in Swaziland e in tutta l’Africa Australe: polenta di mais, accompagnata da uno stufato di carne, verdure e fagioli.

La modernizzazione e lo “sviluppo” hanno cambiato le cose, ma non del tutto. La canna da zucchero dei grandi monopoli si è mangiata le terre migliori, l’unica cacciagione rimasta è chiusa nei recinti dei parchi e delle riserve, e le vacche sono diventate così numerose da non avere abbastanza cibo per produrre latte, mentre il sovra-pascolo aggrava l’erosione dei suoli. Il tempo dei “nobili” è passato, è il momento degli “umili”: perché è l’“humus” che può ancora garantire l’alimentazione di tutti.

Nelle comunità rurali, dove vive la maggioranza degli Swazi, è il momento delle donne, loro che da sempre sono vicine alla terra, e sanno come trasformare in cibo i suoi frutti.

Battendosi contro i danni della “rivoluzione verde” e contro le politiche di sviluppo agricolo che hanno compromesso la grande varietà delle colture e la fertilità dei suoli, e confinato la raccolta delle piante spontanee ad attività marginale, simbolo di arretratezza. Lottando contro l’alternarsi di siccità e piogge torrenziali, dovute ai cambiamenti climatici, e contro le devastazioni sociali dell’AIDS, nel Paese che ha la più alta incidenza al mondo di persone HIV positive. Sempre testa alta, con tenacia e perseveranza.

I progetti

Promotion of Rural Opportunities in Swaziland

È un progetto di promozione di pratiche di agricoltura ed eco-turismo volte a generare un migliore accesso al reddito per i contadini più vulnerabili. Si fonda sull’importanza di sviluppare le risorse locali. È finanziato dall’Unione Europea e implementato con la Swaziland National Agriculture Union, con l’Unione dei Comuni della Garfagnana, e con la Lubombo Conservancy nel contesto del Programma dell’Eco-Lubombo.

Opportunità di Sviluppo Rurale Sostenibile per la Popolazione Vulnerabile della Comunità di Goba

Simile al ProSwazi, il progetto è volto a promuovere risorse locali per aiutare i contadini più vulnerabili ad avere un migliore accesso al reddito. è portato avanti a Goba, in Mozambico, ed è finanziato dalla Regione Emilia Romagna.

Fostering Communication and Cooperation amongst Non-State Actors

è un progetto di rafforzamento della società civile Swazi, nato dalla presa di coscienza che, per quanto le organizzazioni locali abbiano un ruolo vitale nell’avanzamento dei diritti umani nel Paese, una serie di difficoltà strutturali ne limitano le possibilità. è finanziato dall’Unione Europea e implementato in collaborazione con Punto.sud.