Terra di mezzo tra cous cous e fast food

La Tunisia sta pian piano cambiando stili di vita e di alimentazione

Terra di mezzo del bacino mediterraneo, con radici nella cultura berbera, poi fiorita con quella fenicio-cartaginese e greco-romana, e ancora convertita con la conquista musulmana alle influenze arabo-orientali, andaluse prima e ottomane dopo, la Tunisia é il Paese maghrebino che più nella storia del Nord Africa ha saputo accogliere i popoli che vi hanno migrato, e con essi cibi e regimi alimentari.

I romani ne hanno fatto il granaio del loro impero e gli arabi vi hanno poi introdotto nuovi prodotti e tecniche agricole dando origine alle più evolute scienze agronomiche nella regione. Nel corso dei secoli, l’introduzione di riso, verdure, spezie ed agrumi ha arricchito e diversificato la dieta del popolo tunisino, che si é comunque mantenuta fedele alle tradizioni del vicino oriente, portate dai primi colonizzatori libanesi di cultura numide, con una forte consumazione di cereali, grano, orzo e farro consumati su forma di pane o di zuppa e un importante produzione di miele e olio. Alle comunità ebraiche di Djerba e di Cap Bon si deve l’introduzione, intorno all’anno 1100, della harissa, una pasta di peperoncino, aglio e olio, alla quale si possono anche aggiungere cumino e cardamomo, che oggi é divenuta la componente fondamentale

della cucina tunisina, rendendola senza dubbio la più speziata e piccante cucina del bacino mediterraneo. In continuità con la sua storia, il settore agricoloittico ha mantenuto il primato nell’economia e nell’occupazione del Paese ed il governo ha, fin dai tempi dei romani, esercitato una forte pressione sul sistema agricolo con un modello di gestione centralizzato. Questo é stato poi ripreso dalla più recente colonizzazione francese, durata 75 anni a cavallo fra la fine del 1800 e l’indipendenza del 1956, sebbene con espressioni meno violente di quanto avvenuto nella vicina Algeria.

I francesi hanno però lasciato segni indelebili nella costruzione delle politiche agricole, privilegiando un mercato orientato all’esportazione a vantaggio del settore privato e delle monoculture cerealifiche a forte discapito dell’agricoltura contadina di piccola scala e provocando forti rischi per la perdita della biodiversità locale. La modernizzazione dell’agricoltura, imposta dal primo presidente tunisino Habib Bourghiba, ha significato sostanzialmente mettere in atto riforme decise dall’alto che non hanno portato reali benefici alla popolazione: dalle esperienze delle cooperative degli anni 1960 – improvvisate ed imposte al mondo rurale-, alla creazione di perimetri irrigati -che però non rispondevano realmente ai bisogni della domanda locale- fino alla fissazione del prezzo, che ha incentivato il profitto delle classi al potere. Anche il tentativo di instaurare una rete di cooperative agricole recuperando le terre occupate dai coloni non ha permesso in realtà quel processo sociale di partecipazione e ri-costruzione dell’identità ed appartenenza della popolazione rurale necessario al successo di queste esperienze. Questo ha inoltre provocato la tendenza nelle famiglie contadine a ridurre le produzione agricola per l’autoconsumo, portandole sempre più alla dipendenza della vendita, quindi dal mercato della grande distribuzione ed esportazione.

L’attuale settore agro-alimentare tunisino ha poi dimostrato profonde fragilità di fronte alla regolamentazione del mercato globale e delle politiche economiche dell’Unione Europea che, già dagli anni ‘70, incoraggia il libero scambio. Infine, l’esodo rurale che ha colpito la Tunisia dalla fine degli anni ‘80 ha portato anche all’evoluzione delle abitudini alimentari verso un modello urbano e un passaggio sempre più marcato verso i prodotti industriali che sostituiscono quelli tradizionali e casalinghi. Il cambiamento nell’alimentazione si nota soprattutto nella imperante cultura del fast food che porta con sé un’elevata consumazione di carne, di grassi e di zuccheri. Questo fenomeno sociale si spiega con il tentativo di imitazione degli stili di vita dei popoli considerati “civilizzati”, dimenticando le malattie strettamente legate ad una cattiva alimentazione e della sua industrializzazione.

In questo senso è sempre più necessario promuovere gli stili alimentari mediterranei come modelli di salute ed incoraggiare un ritorno alle tradizioni del patrimonio culinario tunisino: tutelando la biodiversità e privilegiando processi di produzione e trasformazione destinati a nutrire un mercato locale, la Tunisia puo ambire ad una qualità di vita sana e sostenibile.

Il progetto

FAD-Rafforzamento della filiera del pesce d’acqua dolce e creazione di impiego per donne e giovani nel Nord Ovest della Tunisia

Il progetto, cofinanziato dal Maeci, accompagna donne e giovani impiegati nel settore dell’agroalimentare, nella filiera ittica, nell’orticoltura e nella coltivazione di piante officinali con l’obiettivo di migliorare le loro competenze. Con il progetto si facilitano percorsi formativi e di costruzione di filiere corte e di qualità per la tutela e la valorizzazione della biodiversità esistente nelle regioni di Jendouba, Kef e Beja, anche attraverso una migliore articolazione dei mercati locali per l’assorbimento delle produzioni in un’ ottica di rete territoriale. Il progetto, in collaborazione con la giovane società civile tunisina ed i partner istituzionali, organizza eventi di sensibilizzazione ed educazione sui concetti di sviluppo sostenibile e gestione razionale delle risorse per aumentare la consapevolezza sulla necessità di preservare i beni comuni e sollecitare la produzione, trasformazione e consumo dei prodotti ittici e ortaggi locali, nel rispetto di una sana alimentazione e della piena partecipazione delle comunità coinvolte. Inoltre, si é avviato un lavoro trasversale di promozione del territorio e del suo potenziale eco-turistico, sostenendo dei percorsi formativi per un gruppo di giovani guide naturaliste impegnate nel rilancio del patrimonio storico e della biodiversità esistente.