Ho un sogno: un latte “made in Palestine” buono, baladi ed economico

Ho un sogno: un latte “made in Palestine” buono, baladi ed economico

“Bevi il latte made in Israel perché il nostro non è buono e costa di più”, queste le parole di una ragazza palestinese che mi ha accolto a Birzeit, una cittadina nei pressi di Ramallah, quando sono arrivata in Palestina la prima volta quattro anni fa. Avendo sentito parlare del Bds (Boycott, Divest and Sanctions) in Italia credevo che il boicottaggio dei prodotti israeliani in Cisgiordania –in quanto territorio occupato- fosse una pratica diffusa e che quindi fosse impossibile trovarne sugli scaffali dei supermercati o nei mercati. Ho dovuto ricredermi velocemente, visto che i due terzi dei prodotti importati vengono proprio da Israele e che l’occupazione Israeliana -che perdura ormai da 70 anni- ha da un lato legato a doppio cappio l’economia palestinese con quella israeliana e con il modello neo-liberale, riducendo le capacità di produzione locale e imponendo limiti all’accesso delle risorse naturali, e dall’altro ha radicato nell’immaginario e nella percezione dei palestinesi e quindi dei consumatori, con impatto differente a seconda che ci si trovi a Gerusalemme, Gaza o Cisgiordania, l’idea che i prodotti israeliani siano di migliore qualità, oltre che essere, di fatto, meno costosi. Sostenere la produzione e la vendita di prodotti baladi (locali) in Palestina assume quindi un significato importante, poiché non rappresenta solo la possibilità, come sta avvenendo in molti altri paesi europei e del Mediterraneo, di ripensare al modello economico vigente e le modalità del sistema produttivo in un’ottica di sviluppo territoriale inclusivo e sostenibile, ma anche politico, investendo in percorsi di resistenza e resilienza economica che consentano di promuovere processi di autosostentamento per la popolazione locale, oltre che di produzione di reddito per fasce della popolazione sempre più a rischio marginalizzazione. Per questo COSPE da anni promuove diversi interventi in sostegno delle comunità locali e le organizzazioni della società civile palestinesi in percorsi di economia sociale e solidale, che ripartano dai territori come chiave del cambiamento e come centro del proprio tessuto produttivo, rafforzando perciò la produzione locale e i rapporti local-to-local tra produttori e consumatori. È appena partita una nuova iniziativa, “Terra e Diritti”, finanziata dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (Aics), che ha proprio l’obiettivo di promuovere processi di economia sociale e solidale con un approccio fortemente incentrato sui diritti umani. L’economia alternativa viene intesa come economia di resistenza, che promuove l’accesso alle terre, alle risorse e alla sovranità alimentare come diritti universali e inalienabili. Inoltre il sostegno alle filiere corte e di qualità, soprattutto nel settore agro-alimentare è, tra gli altri, al centro del progetto pilota “Haleeb Baladi” finanziato dal Fondo 8×1000 del Governo italiano e dalla Regione Emilia Romagna che sta sostenendo alcuni piccoli produttori e cooperative, nello sviluppo della filiera del latte e dei prodotti caseari nell’area C di Gerusalemme e dei villaggi attorno a Beit Duqqu. Un giorno spero diventeranno prodotti dalla qualità e provenienza riconosciute, così da sentire dire “bevi il latte made in Palestine perché è buono, baladi e supporta la nostra economia!”.

Chiudi il menu