La nuova rotta di un paese verso il futuro

Le grandi associazioni contadine indicano la via. Agroecologica.

Perduto a nord nell’immenso Sahara ed ancorato a sud nelle terre aride del Sahel, dove scorre il grande fiume a cui deve il suo nome, il Niger è da sempre corridoio naturale tra il cuore dell’Africae il Mediterraneo: percorso in passato dalle grandi carovane di cammelli che rifornivano d’oro e di avorio l’impero romano e l’Europa medievale, oggi dai camion dei rifugiati e migranti che affidano a queste piste di sabbia la loro speranza in una vita migliore. La stessa rotta che ieri ha fatto fiorire la civiltà dei Touareg, con le meraviglie di Agadez e del Massif de l’Air, favorisce così ai giorni nostri il proliferare di trafficanti senza scrupoli, di banditi e gruppi armati di matrice jihadista che sconfinano da Paesi vicini. L’instabilità della regione complica una vita che non è mai stata facile per i popoli che da migliaia d’anni abitano questo Paese, grande quattro volte l’Italia ma occupato per due terzi dal deserto: popoli di allevatori nomadi, come i Touareg, e i Peul, e di agricoltori sedentari, come i Djermà e gli Hausa. Una relazione, la loro, vissuta sempre sul crinale fra cooperazione e conflitto, cercando di combinare al meglio le competenze degli uni e degli altri, e stabilendo regole condivise, a beneficio di tutti, per la gestione dell’acqua e dei suoli.

Così è del tutto normale per chi viaggia in Niger incontrare i pastori Peul nella loro caratteristica postura, bastone attraverso le spalle a reggere le braccia come per farle

riposare, mentre guidano le loro mandrie sui campi di miglio dopo il raccolto, perché gli animali possano nutrirsi delle stoppie e fertilizzare i campi.  Sullo sfondo di un paesaggio saheliano dominato dai contorni rassicuranti dei granai, presenti ovunque, accanto ad ogni casa, in gruppi di 10-20-30, nella cerchia di ogni villaggio: i granai dei Djermà, strutture coniche in paglia su piattaforme di legno, quelli di terra cruda degli Hausa, rotondeggianti e panciuti come giganteschi salvadanai. La loro diffusione fa pensare ad una civiltà che da millenni si confronta con l’inaffidabilità del clima, in un ambiente di per sé aspro e difficile. Una civiltà che ha costruito risposte capaci di combinare sapienza tecnica e gusto estetico, perché anche i granai sono un esempio di quell’architettura tradizionale che  qualche volta incanta per l’apparire improvviso di gioielli di vera bellezza, dispersi nella campagna saheliana.

Colpisce viaggiando per questi luoghi la frequenza e l’estensione dei campi di miglio, il cereale per eccellenza dei popoli del Sahel, e il più attrezzato a sopravvivere alla scarsità delle piogge.  Ogni fazzoletto di terra viene utilizzato per produrre quel grano da cui dipende la vita delle persone, e che una volta raccolto andrà a riempire i granai. Sorprende poi l’irrompere del verde intenso delle aree irrigate in un ambiente dominato dalle tante sfumature del giallo: sono le coltivazioni di ortaggi, soprattutto le cipolle rosse del Niger di gusto e qualità ottime, che vengono esportate in tutti i Paesi vicini. Se il miglio è cibo, la cipolla è moneta, fonte essenziale di reddito per molte famiglie contadine. I campi si possono irrigare grazie ai “barrages”, dove si raccoglie l’acqua piovana durante la stagione delle piogge, senza sottrarre quella preziosa e limitata delle falde sotterranee, indispensabile per il consumo umano.

Sono equilibri delicati e sapienti quelli che hanno consentito la vita e lo sviluppo di civiltà nelle terre del semi-arido, fondati sull’uso attento di risorse vitali come l’acqua e i suoli, che la natura non ha concesso qui in abbondanza. Oggi questi equilibri sono messi in crisi da modelli di sviluppo insostenibili, che consumano risorse senza controllo mentre producono più rifiuti che ricchezza, e da una pressione antropica che ha pochi eguali nell’Africa sub-sahariana: ci sono 14 milioni di abitanti in Niger, erano 4 milioni poco più di trenta anni fa, e si avvicineranno ai 50 milioni nel 2050. Con questi numeri, e con i cambiamenti climatici ad aggravare il quadro di insieme, il futuro è una sfida davvero ardua per le civiltà di agricoltori che hanno costruito i granai, come per quelle dei pastori nomadi che hanno aperto vie nel deserto. Una sfida che è possibile vincere solo passando per una conversione ecologica del modello di sviluppo e del sistema alimentare, come hanno capito le organizzazioni dei contadini e dei pastori nigerini raccolte nella grande federazione della Plateforme Paysanne du Niger, che riunisce circa 500.000 unità familiari: la rotta verso il futuro si chiama agroecologia. Per loro come per tutte le federazioni sorelle raccolte nella rete delle organizzazioni di produttori e contadini dell’Africa Occidentale (ROPPA).

La transizione verso l’agro-ecologia in Niger: partenariati, reti e prospettive future

Il Niger è tra i primi   4 paesi al mondo più vulnerabili  ai cambiamenti climatici sotto il profilo della sicurezza alimentare.  Secondo per tasso di crescita demografica (3,58%),  è passato da poco meno di  4 a 17 milioni di abitanti dal 1960 ad oggi, con un rapporto terra agricola/persona   crollato negli ultimi 50 anni da 3,4 a 0,8 ha, e in continuo trend discendente.  La crescita della popolazione bovina è appena un poco più bassa di quella umana:  da 4 a 12 milioni, nello stesso periodo. [1]  L’urgenza di una conversione agro-ecologica del sistema alimentare del paese è racchiusa in queste cifre ed è sostenuta da un numero crescente di organizzazioni e di istituzioni.

Prima per importanza la PP (Coordination National Plate Forme Paysanne Niger,   che riunisce oltre 20  federazioni ed organizzazioni contadine del paese, ed è membro del ROPPA (Reseaux de Organisation de Paysanne et de Producteurs de l’Afrique del’Oueste),  partner di COSPE da molti anni, e partner oggi dei progetti Gestiòn participéè et Durable du Terroir  dans la Regiòn de Tahoua  e Terre et Paix.    Dall’incontro con Djibò Bagnà, presidente della PP e del ROPPA,  esce rafforzata la percezione che questa scelta di campo sia convinta e determinata, e che possa costituire d’ora in poi il terreno di crescita di una alleanza strategica tanto con la PP come con il ROPPA.  Particolarmente importante in questo senso, secondo D., ricondurre l’agro-ecologia ai contadini e alle piccole unità familiari di produzione, perché possano diventare protagoniste del suo sviluppo e contribuirvi con la propria esperienza ed i propri saperi.  La creazione dell’Osservatorio sull’Explotation familial in Niger, nell’ambito del progetto GDTP, riveste per questo un carattere strategico, perché aiuta a costruire un sistema di conoscenze da aggiornare costantemente sulle caratteristiche dell’agricoltura familiare, con la partecipazione diretta dei produttori.  Rappresenta un altro tema strategico condiviso con COSPE anche quello del ritorno alla terra, inteso sia come accesso e creazione di opportunità per i giovani, che come restituzione alla terra, e a chi vi lavora e se ne prende cura, del suo carattere di centralità dal punto di vista culturale, economico, sociale.  In questo ambito COSPE e PP si impegnano a valorizzare e dare continuità al progetto Terre et PaixSoutenir l’emploi des jeunes et l’acces à la terre comme prevention des conflit au Senegal, Niger et au Mali, –  che ci vede collaborare non solo in Niger, ma anche in Mali e Senegal con le due federazioni aderenti al ROPPA: la CNOP ed il CNCR.

Grazie anche all’appoggio della  PP, COSPE ha promosso nel febbraio 2016  con la ONG Swissaid la creazione della  Platforme Raya Karkara ( termine haussa che significa rivitalizzare l’ambiente) ,  per lo sviluppo dell’agro-ecologia in Niger.- Oltre alla PP, COSPE e Swissaid  – che oggi vanta in Niger le migliori esperienze e competenze  sul tema   – ne fanno parte le seguenti organizzazioni ed associazioni:  NIYA:  Federazione che riunisce tutte le associazione di produttori orticoli del paese, una delle più importanti della PP  MORIBEN:  Federazione di produttori con un ventaglio più ampio di interessi (cereali, orticole, recupero terre), più picola di NIYA ma molto attiva  COFAGEN:  nasce come organizzazione contadina, oggi si occupa soprattutto di sementi Università di Tillabery:  Università giovane, piccola, a poca distanza da Niamey, con una facoltà di agraria che ha scelto l’indirizzo agro-ecologico Università di Biologia di Niamey  Alternative Espace Citoyen:  la più importante associazione per i diritti umani del paese, diffusa in tutte le regioni, con un interesse particolare sul tema dell’accesso alla terra e dei diritti fondiari, attiva e presente anche sul tema dei migranti

Partecipano alla rete anche altre associazioni formalmente “non affiliate”, tra le quali l’Associazione dei giornalisti del Niger.

L’alleanza con  la Platforme Paisanne e la creazione della Platforme RAYA KARKARA sono segnali incoraggianti di una crescente presa di coscienza nel paese sulla necessità di questa svolta radicale e sistemica.

[1] Dati e grafici riportati in “Strategie de transition vers l’agro-ecologie”, Eduardo M. Azaola, pag. 8 e 37

 

COSPE compie 30 anni in Niger e si prepara a nuove sfide

Il progetto

TERRE ET PAIX

Questo progetto nasce dalla pluriennale esperienza di COSPE in Senegal e Niger e dal coinvolgimento di un nuovo Paese, il Mali. In un zona come il Sahel (fascia di territorio dell’Africa sub-sahariana) vulnerabile su diversi fronti, sia sociali che politici, ma anche ambientali, diventa fondamentale mettersi in contatto con i giovani delle zone rurali e periferiche, proprio perché spesso non vengono coinvolti dalle politiche, e si vanno creando così malumori, isolamento e frustrazione. Gli eventi degli ultimi anni in Mali, e la ribellione a Casamance in Senegal, lo testimoniano. “Terre et Paix” lavora dunque per la coesione sociale e alla prevenzione delle crisi attraverso l’integrazione professionale dei giovani emarginati nelle aree rurali, oltre a promuovere il loro accesso alla terre e l’agroecologia, come strategia di prevenzione dei conflitti e di stabilizzazione della pace.