Dobbiamo imparare a parlare “contadino”

Intervista a Habib Ayeb, intellettuale e filmmaker tunisino

Di Grazia Vulcano

Habib Ayeb è un geografo tunisino, insegnante e ricercatore all’Università Parigi 8 in Francia, ma anche un attivista e realizzatore di documentari come “Gabes labess” (A Gabes va tutto bene”) e “Fellahin” (Contadini). Dal 2007 ha iniziato a lavorare in Tunisia sulle questioni agricole, ambientali, rurali legate alla dimensione sociale, ovvero alla povertà, al diritto alle risorse, all’ambiente. Poi c’è stato il 2011 e con la Rivoluzione ha sognato, come molti altri, un altro futuro per il suo Paese. Da tempo si occupa anche di “sovranità alimentare” sia professionalmente che, appunto come attivista. Dall’inizio del 2016, Habib promuove in Tunisia la costituzione di un forum sulla sovranità alimentare, coinvolgendo intellettuali, ricercatori, agronomi, agricoltori e attivisti sensibili alla questione e disponibili ad animarne il dibattito: “Ogni volta che in Tunisia si mangia un piatto di couscous – dice – solo un 1/4 è prodotto localmente, i 3/4 del piatto sono importati. Questo vuol dire vedere la dipendenza nel nostro piatto pur sapendo la Tunisia essere un Paese capace di nutrire la sua popolazione, come ha fatto quando era makhmour, la riserva di grano dell’Ifrikia romana”.

E su questo sta girando anche il suo terzo film: protagonista assoluto proprio il cous cous come simbolo della questione alimentare in Tunisia. Il cous cous é il piatto più mangiato in Tunisia, derivato dai cereali che dovrebbero essere una produzione importante del Paese, mentre il 65% è importato, nonostante sia un prodotto di base a prescindere da ciò con cui viene condito, che differisce in base alla classe sociale. Partendo dal cous cous, Habib vuole quindi parlare della questione alimentare, delle politiche agricole, delle materie prime e da dove provengono, dell’accesso alla terra, e dell’accesso all’acqua e, infine, la relazione tra povertà e cous cous.

Secondo Habib, il modello di sviluppo e il modello di consumo hanno avuto una evoluzione inversamente proporzionale all’idea della sicurezza e sovranità alimentare: “Prima si mangiava orzo – continua – poi ci è stato detto che l’orzo era destinato agli animali e che si doveva mangiare il grano. Ma tutto questo perché si doveva vendere la pasta e il cous cous industriali!” è qui che, secondo Habib, diventa necessario agire politicamente, far cambiare le politiche alimentari e prima di tutto bisogna denunciare cosa non funziona, dimostrarlo e cercare di capirne il perché.

“Io credo – ha detto anche in altre interviste rilasciate sull’argomento – che se producessimo il grano, l’orzo, il mais, la verdura, la frutta a livello locale, invece dell’uva nel mese di aprile o maggio, invece di produrre fiori o fragole a dicembre per poi destinarli all’export, avremmo una vera sovranità alimentare tunisina e potremmo nutrire la popolazione soltanto con quello che si produce a livello locale. Invece si è adottata la tecnica “vendo delle arance per importare grano”, una politica agricola che ha devastato molte regioni tunisine”.

Ma alla base della filosofia di questo intellettuale tunisino c’è soprattutto l’importanza del dialogo “nazionale”: “Parliamo cinque lingue – denuncia Habib – ma non sappiamo parlare “contadino”. Questo costituisce un fallimento per il nostro Paese tutto…Forse – conclude – è il caso che apra una scuola di lingua contadina!”missione_tunisia-74

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